L’ego nello yoga

Ego s. m. [dal latino ĕgo «io»]. – In psicanalisi, forma usata spesso con lo stesso significato specifico di io (o Io)”.

Eccomi qui a parlare dell’ego, prima o poi doveva accadere, è un argomento molto particolare e interessante. Nella pratica dello yoga, ormai, sta diventando molto frequente farsi trasportare dall’ego.

Perché ci succede questo?

E’ una bella domanda. Personalmente sia da insegnante che da praticante poche volte mi è capitato di affrontare durante una pratica un asana in modo egoico. Tranquilli, non succede solo a voi allievi ma anche agli insegnanti. Tutto questo, magari, solo per far vedere a chi è con te in sala che quell’asana “tu” riesci a farla bene. Ma in quel momento non ci rendiamo conto che in qualche modo ci stiamo facendo del male andando oltre il nostro limite e le possibilità che il corpo fisico ci sta donando.

Dobbiamo chiederci perché lo facciamo, cosa dobbiamo dimostrare a noi stessi e agli altri?

Io l’ho fatto, quando mi è capitato ho capito che era un modo per me stessa di dimostrare agli altri, in quella sala, che ero all’altezza sia di essere un allieva, in quel momento, ma anche un insegnante dove loro potevano appoggiarsi ed imparare. Ma sbagliavo!

Non è facile capire e farci delle domande sui nostri comportamenti, ma lo yoga ci insegna ad essere più consapevoli di noi stessi e quindi perché non dobbiamo farlo? In ogni situazione che affrontiamo, in un singolo attimo del giorno della nostra vita, l’unica cosa che ci può aiutare è trovare un equilibrio dentro di noi e al di fuori.

Ego difetto o pregio?

Nello Yoga Sutra di Patanjali, nella prima sezione (samadhi pada) si parla molto dell’ego, ma non viene visto come un difetto o qualcosa da accantonare, ansi l’uso corretto ci aiuta a mantenere la nostra coscienza (citta) in equilibrio. Ci spiega come i filosofi indiani analizzando la coscienza (citta) l’hanno divisa in tre parti:

  1. mente (manas);
  2. intelligenza (buddhi);
  3. ego, o senso del sè (ahamkara).

Dividendo a sua volta anche il corpo mentale in due parti:

  1. lo stato mentale;
  2. lo stato intellettuale.

Normalmente le persone pensano che la coscienza e la mente siano la stessa cosa. Ma nell’opera di Patanjali, il termine coscienza si riferisce sia allo stato mentale (manomaya kosha) in quanto mente, sia allo stato intellettuale (vijnanamaya kosha) in quanto saggezza.

“La mente acquisisce oggettivamente la conoscenza, mentre l’intelligenza impara attraverso l’esperienza soggettiva, che diventa saggezza”.

Yoga Sutra – Samadhi Pada

Quando o letto questa frase sono rimasta a bocca aperta, non c’era niente da aggiungere o da dire, perfetta nel suo significato e in quello che vuole trasmettere.

Inoltre, ci spiega che il termine “” rappresenta la persona come entità individuale, separata da mente, intelligenza ed ego, a seconda dello sviluppo dell’individuo.

Il indica anche il soggetto dell’esperienza, in contrapposizione all’oggetto. E’ ciò da cui nasce il concetto primordiale di “Io“, e nel quale esso si dissolve. Il ha struttura e forma simile all’ “Io”, ed è impregnato della qualità luminosa, della natura (prakrti). La “conoscenza dell’Io” nella sua forma più grossolana può manifestarsi come orgoglio, ma nella sua forma più sottile è lo strato più interno dell’essere, il più vicino all’atman (coscienza individuale). Contrariamente, l’ego (ahamkara), ha qualità differenti a seconda che sia attivo (rajasico), pigro (tamasico) o equilibrato (sattvico). Un ego equilibrato di solito indica un individuale (asmità) evoluto.

L’ahamkara è la radice che causa le azione buone dalle cattive dalle quali l’essere umano può progredire o rovinarsi. Lo yoga estirpa dalla mente le erbacce dell’orgoglio e aiuta lo yogin a scoprire la sorgente di tutte le azioni, la coscienza, dove sono immagazzinate tutte le impressioni passate (samskara). Rintracciata questa sorgente attraverso le pratiche dello yoga, l’allievo (sadhaka) è immediatamente liberato dalle reazioni delle sue azioni. I desideri lo abbandonano, quando la coscienza è diventata stabile e pura, l’azione e la reazione, vengono eliminati e i movimenti della mente hanno fine.

Quindi ci sta dicendo che il Sé individuale si manifesta quando ci si pongono di fronte delle sfide. Devono essere viste dal lato positivo del Sé individuale, altrimenti nasce una paura negativa e le nostre iniziative vengono frenate. Dobbiamo lanciare una sfida contraria per privare questa paura. Da questo conflitto nasce la creazione.

Come dicevo all’inizio del mio articolo, l’asana (posizione) crea una sfida controllata tra conflitto e realizzazione. Abbiamo l’opportunità di osservare e comprendere fino al punto in cui il conflitto viene risolto e troviamo l’unità. Questo sforzo creativo si crea sopratutto nelle posizioni di equilibrio sulla testa; quando sfidiamo noi stessi a migliorare, la paura di cadere agisce come inibitore. Se siamo imprudenti cadiamo, se siamo timorosi non facciamo alcun progresso.

Se ci osserviamo, analizziamo e controlliamo possiamo raggiungere un equilibrio. In quel momento il sé individuale che si presenta e quello che si oppone diventano una cosa sola nella posizione. Raggiungendo e dissolvendosi in beatitutine o satcitananda (purreazza, coscienza e beatitudine).

L’ahamkara – l’ego o senso dell’Io – è il nodo che lega la coscienza e il corpo attraverso la mente. La mente quindi agisce come il fattore unificante fra anima e corpo e ci aiuta a scoprire il nostro essere, strato dopo strato, fino a raggiungere il rivestimento del Sé (jivatman).


Secondo il pensiero indiano, sebbene la mente, l’intelligenza e l’ego siano considerati parti di coscienza, la mente agisce da copertura e viene considerata l’undicesimo organo di senso.

La nostra mente racchiude l’intero processo mentale, coscio (cosciente o consapevole) e inconscio (al di fuori del controllo della coscienza), e le attività del cervello. Essa è proiettata sia verso l’interno che verso l’esterno. Quando è proiettata verso l’interno ci avvicina al centro del nostro essere, quando è proiettata verso l’esterno si manifesta come cervello per poter vedere e percepire gli oggetti esterni. Bisogna comprendere che il cervello è una parte della mente. Quando viene allenato a essere più consapevole, la facoltà cognitiva si verifica in modo spontaneo e ciò rende possibile la comprensione dei diversi aspetti della mente attraverso l’intelligenza. Cosi da sollevare il velo dell’oscurità e incoraggiando una sensibilità sia nell’ego che nella coscienza, diffondendo in modo uniforme l’energia in tutti gli strati dell’anima:

  • fisico;
  • psicologico;
  • mentale;
  • intellettuale;
  • spirituale.

Tutto questo ci fa capire che dobbiamo provare a controllare e non essere controllati dalle nostre paure e negatività. Sarò ripetitiva, ma leggendo e rileggendo questo pada mi sembra sempre più chiaro che trovare un equilibrio dentro di noi e fuori è la risposta a tutto.

Hari Om

Fonte dell’articolo:

  • Commento agli Yoga Sutra di Patanjali – B.K.S. Iyengar

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